Eravamo 12 persone su 6 moto. Le moto erano quelle da cross e la nostra meta era uno dei 17 ambulatori che MSF supporta, nel raggio di 7335 km. Ci troviamo in mezzo alla foresta equatoriale, la terra rossa si intravede tra gli arbusti, in mezzo all’ erba e alle piante e disegna dei piccoli sentieri. Intorno a noi, una marea di verde croccante.
Ci sono voluti mesi perché MSF riuscisse a studiare i bisogni della popolazione
O meglio, per definire delle priorità. Da dove si parte quando c’è bisogno di tutto? Alla fine della fase di studio, è emerso che qui l’80% dei bambini è affetto da malaria, così MSF ha deciso di intervenire: supportiamo 17 cliniche locali offrendo cure gratuite per i bambini al di sotto dei 5 anni. Supportiamo anche l’ospedale, in cui offriamo cure gratuite ai bambini fino a 15 anni.
Io lavoro nell’ufficio raccolta fondi di MSF Italia, ero a Bili per poter rendicontare ai donatori come spendiamo i loro soldi. Mi sono sentita così orgogliosa mentre il capo progetto mi descriveva le attività – “Faccio parte di un’organizzazione attenta, che studia i bisogni e interviene. E arriviamo ovunque! In posti dimenticati dal mondo dove non c’è niente e nessuno se non noi. Questo pensavo mentre ascoltavo, trovavo finalmente un riscontro del mio lavoro.
In sella alla moto, però, tutto era diverso: più macinavamo chilometri, più dentro di me quell’orgoglio cedeva il passo a un profondo sconforto. Mentre la mia mano continuava a salutare, la mia mente elaborava quello che i miei occhi vedevano: uomini donne e bambini che vivono in capanne fatte di terra rossa e paglia. Niente corrente elettrica né acqua potabile. Cucinano sui carboni ardenti, si lavano nei fiumi, stendono la manioca per terra a essiccare al sole.
Niente macchine, né strade, né acqua corrente. Niente di quello che noi diamo per scontato è arrivato in questa parte di mondo. Solo capanne, vestiti logori e polvere.
Più avanzavamo nel nostro percorso e più cresceva dentro di me un sincero sconforto: il nostro intervento non mi sembrava più così figo, era solo una goccia nel mare. Ok, diamo cure gratuite, ma come ci arrivano queste persone agli ambulatori? Va bene, aiutiamo tutti bambini sotto i 5 anni, e se un bambino ne ha 6? Magari li curiamo per la malaria, ma che ci vuole che li morda un serpente?
Mentre ero assorta nei miei pensieri, sento delle urla che mi scuotono. Ci metto una frazione di secondo a rendermi conto che è un canto. Arrivati alla clinica, un gruppo di mamme con i loro vestiti colorati avevano portato i loro bambini per essere visitati.
Quando hanno visto il corteo di moto arrivare, hanno intonato un canto spontaneo: non serviva la traduzione per capire che era un canto di festa, un canto di gioia, un canto di grazie. Ho sentito le lacrime salirmi agli occhi, era un misto di emozione provocata da quel boato inaspettato e dalla vergogna di aver pensato, anche solo per un istante, che quello che facciamo non è abbastanza.
Quel canto inatteso è stato come uno schiaffo in faccia che mi ha ricordato che ogni vita salvata è importante. Ogni singolo bambino che curiamo dalla malaria, dalla malnutrizione, dalla polmonite, per ciascuno di loro ne vale la pena.
Ogni singola vita.